Ho sempre pensato che scrivere bene in modo chiaro fosse qualcosa di innato, un dono ricevuto dal cielo per poche persone prescelte. O nasci con questo talento naturale, oppure ti accontenti della tua mediocrità. Quanta ammirazione e invidia per coloro che muovono emozioni e costruiscono mondi con le parole!
E, invece, puoi allenare la tua scrittura, proprio come alleni il corpo. Scrivere costa fatica. Richiede tempo incalcolabile passato davanti a uno schermo o foglio bianco, a studiare e a leggere cose scritte bene da altre persone. Richiede costanza, sudore e un sacco di revisioni. Scrivere è riscrivere.
A fine settembre ho partecipato al Festival DiParola, due giorni di incontri online incentrati sul linguaggio chiaro e inclusivo. È stato un susseguirsi di interventi intensi e generosi su cui riflettere e lasciare sedimentare le nozioni apprese. E per ricordare, sintetizzo qui alcuni punti.
Semplice ma non semplicistico
Semplificare e banalizzare sono sinonimi?
La fai semplice; semplice come bere un bicchier d’acqua; è un gioco da ragazzi: tutti modi di dire connessi con la semplicità. E che male c’è, aggiungo, se qualcosa è semplice, come un testo comprensibile?
Esiste un forte pregiudizio per tutto ciò che reputiamo semplice e che spesso confondiamo con banale o semplicistico. Banale è un qualcosa privo di originalità, mentre semplicistico rimanda alla superficialità e alla faciloneria.
Secondo il vocabolario online Treccani, il verbo semplificare significa “Rendere semplice o più semplice; rendere più agile e funzionale; facilitare, agevolare, alleggerire”. Quindi vuol dire alleggerire il testo delle parole e della sintassi superflue per veicolare un messaggio scorrevole e facile da comprendere.
Mettere chi ci legge al centro
Franco Battiato cantava “Cerco un centro di gravità permanente”. Nella comunicazione questo centro è chi ci legge. Senza questo tassello, la comunicazione è vuota e fine a sé stessa e non può raggiungere il proprio obiettivo.
Emittente, messaggio, canale, contesto, codice, referente: sono tutti elementi essenziali di ogni atto comunicativo. Puoi progettarli ad arte ma senza un destinatario a cui rivolgere il tuo testo nulla funziona. Un messaggio diventa efficace e chiaro quando è pensato e si rivolge a un destinatario preciso.
La precisione non è un vezzo
PPP: Pressappochismo, Precisione, Perfezionismo. La precisione cade nel mezzo, rifuggendo gli estremi. Da una parte l’atteggiamento di chi opera in modo approssimativo; dall’altra, chi ambisce a un modello irraggiungibile che porta solo insoddisfazione. Mi sono ritrovata ai due estremi in diverse occasioni, a seconda del contesto, anche se tendo al perfezionismo (cliché da traduttrice?).
Un linguaggio semplice e chiaro è preciso. Sceglie le parole più pertinenti per l’argomento da trattare e il pubblico di riferimento. Per ogni concetto esiste un termine più adatto e calzante, proprio come una scarpa del nostro numero. Più aumenta la precisione, più ci liberiamo di parole vuote di significato per il nostro messaggio. Una sorta di decluttering, insomma.
L’illusione del linguaggio pseudoalto
Nella pubblica amministrazione, così come in altri ambiti, si tende a usare un linguaggio “elevato” e lontano dalla lingua comune, credendo così di apparire più autorevoli agli occhi di chi ci dovrà (ahimè) leggere. Ricordo ancora un amministratore condominiale in particolare: incarnava perfettamente questo modello. Forse per darsi un tono o per sembrare più autorevole, nelle sue prolisse mail confezionava frasi arzigogolate imbellite di parole forbite o inesistenti. Leggerlo e comprenderlo era davvero un’impresa frustrante, ogni volta.
Un linguaggio pseudoalto e difficile allontana le persone e alimenta emozioni negative come la frustrazione, l’ansia, il fastidio e la reticenza. Al contrario, chiarezza e semplicità fanno guadagnare autorevolezza, creando fiducia e sicurezza.
Scrivere è progettare
Scrivere è design. Pone l’accento sui bisogni del nostro utente. Un testo chiaro e semplice va pensato, progettato, montato e rimontato più volte, fino a scovare la combinazione migliore. Parole scartate, frasi spogliate e rivestite a nuovo, una sintassi più asciutta e semplice. Così, il testo prende forma e scorre senza intoppi.
Più che il Tetris, a me viene in mente quando carico la lavastoviglie e cerco di conficcare tutti i piatti e le pentole sporche in un unico incastro vincente. Un gusto, una soddisfazione così appagante quando riesco a non lavare a mano nemmeno una padella. Non è poetico, certo, ma è la vita.
La forma è sostanza
Mi risuona in testa la canzone dei CSI “Forma e sostanza”. Chitarre distorte, ritmo ipnotico, ritornelli assertivi “Voglio ciò che mi spetta, lo voglio perché è mio, m’aspetta”. L’essenza delle parole e la melodia si fondono e contaminano a vicenda.
Forma e sostanza sono strettamente connesse. Un testo fruibile e accessibile è facile da leggere e comprendere nel contenuto ma anche grazie alla forma in cui viene presentato. Non si possono scindere i due aspetti perché sono un tutt’uno. Come lo Ying e lo Yang, due facce della stessa medaglia.
Hai presente quando cerchi qualcosa nella barra di ricerca di Google, clicchi sul link ed eccolo lì, davanti ai tuoi occhi. Si apre una pagina di solo testo, per giunta scritto in caratteri minuscoli, senza immagini, spazi, titoli, nulla. Il “famoso” muro di testo è difficile da valicare e da oltrepassare. Ci sbatti contro e cambi direzione.
Scrivere per l’utente significa mettersi nei suoi panni e progettare un contenuto facile da leggere, anche con il supporto di grafiche, spazi bianchi, paragrafi e frasi in evidenza.
In viaggio con ordine
Luisa Carrada usa la metafora del viaggio. Durante la lettura di un testo ci spostiamo, anticipiamo e corriamo ma non dovremmo mai tornare indietro e rileggere. Altrimenti l’Ade ci inghiottirà, come succede a Orfeo quando si volta e perde per sempre la sua amata Euridice (i miti greci, che passione!). Un testo altamente leggibile si capisce dalla prima lettura. Se invece torniamo sui nostri passi, abbandoneremo presto l’impresa. I testi devono accompagnare chi ci legge in un percorso privo di ostacoli alla piena comprensione del messaggio.
Qui entra in gioco l’ordine. Ordinare i nostri pensieri, averli chiari in testa per poterli poi mettere nero su bianco, con chiarezza. Come quando riordino i cassetti del comodino e ritrovo il portachiavi che cercavo da settimane e mi imbatto in quella cartolina d’auguri nostalgica di un passato lontano. È così rassicurante sapere dove cercare per trovare quello che mi serve al momento giusto. Così anche chi ci legge sarà felice di trovare le informazioni che stava cercando nel posto giusto, lì proprio dove si aspettava di incontrarle.
Questione di postura
Il corpo è parte integrante della comunicazione verbale, ma lo attiviamo anche quando scriviamo. La mano digita sulla tastiera o muove la penna sul foglio; gli occhi concentrati a rileggere le parole appena composte; lo sguardo in cerca di ispirazione; il respiro più o meno rallentato. L’immagine di quando sprofondo nella sedia e sbuffo perché mi distraggo e tutto quello che scrivo non funziona.
Mi è piaciuta molto l’immagine descritta da Roberta Zantedeschi, la postura. Quando comunichiamo, cerchiamo la relazione con altre persone. Questo presuppone acquisire una certa postura, ovvero una certa predisposizione dell’animo e un determinato atteggiamento. Servono una volontà al dialogo e all’empatia per entrare in connessione con chi ci legge. Una volta instaurato un clima di fiducia, le persone si sentono libere di partecipare e di dissentire in modo costruttivo.
Favorire l’accessibilità e l’inclusività
“La disabilità si concretizza in una società che disabilita, esclude, priva e impedisce l’accesso a determinati diritti, opportunità e possibilità.” Mi sono appuntata le parole di Alice Orrù perché, secondo me, descrivono in modo puntuale la nostra società abilista. Una società che rimarca e amplifica le differenze, decidendo chi può partecipare e chi invece rimane fuori.
Un linguaggio chiaro e semplice accoglie le differenze e non fa distinzioni, garantendo a ogni persona la medesima esperienza. Una scrittura accessibile è facilmente fruibile con i sensi e da tecnologie assistive; ha un contenuto comprensibile, strutturato e pertinente; accoglie e guida senza giudicare. Si basa su un design incentrato sulle persone che mette in primo piano i loro bisogni.
Il linguaggio come esperienza
Quante app hai sul tuo smartphone? Spara un numero. Sul mio ne conto 26, escluse la suite Google (Drive, Gmail, Maps…) e le app di default del produttore del telefono.
Quante ne usi davvero?
Quelle che apro meno hanno un’interfaccia confusa, poco accattivante, che ogni volta mi manda in bestia perché, puntualmente, non trovo quello che mi serve nelle impostazioni. O, peggio ancora, compro l’ennesimo libro o vinile che langue nel carrello da mesi e non capisco se la mia azione è andata a buon fine. Il vuoto assoluto, nemmeno i rotolacampi nel deserto.
Nei prodotti digitali si progettano interfacce che guidano l’utente nella navigazione e facilitano la sua esperienza. In questo contesto, il linguaggio diventa una parte imprescindibile del processo, fino a sovrapporsi con l’esperienza stessa. Le parole aiutano l’utente a fruire pienamente di un sito web o di un software: indicano i passaggi da compiere, rassicurano, avvertono e chiariscono. Abbassano il carico cognitivo tenendo conto delle caratteristiche del target di riferimento e rispondono ai suoi bisogni.
Parole per curare
Uno dei settori in cui traduco è quello medico. Mi capita di leggere e tradurre articoli scientifici, brochure, fogli illustrativi e altri testi che parlano di salute per un pubblico generale o specialistico. L’ambito scientifico e medico affascina per l’importanza e la complessità dei temi trattati ma, allo stesso tempo, respinge per il linguaggio adoperato. È una lingua intrisa di tecnicismi specifici (termini tecnici utili a evitare ambiguità) e termini collaterali (termini riempitivi per innalzare il registro), che esclude e crea divisioni tra chi cura e chi si fa curare.
Un linguaggio chiaro e accessibile è molto importante in ambito sanitario. Il rapporto tra medico e paziente deve basarsi su una comunicazione trasparente e accessibile, sulla fiducia e sulla reciprocità. In questo contesto, torna molto forte il tema della postura: mettersi in ascolto dell’altra persona con empatia e senza pregiudizi. Essere aperti al dialogo e accettare i dubbi, le paure e le aspettative di chi abbiamo di fronte a noi. Si deve passare da una medicina incentrata sul personale medico, a una medicina focalizzata su chi riceve i trattamenti.
L’Intelligenza artificiale come assistente
Quando parlano o leggo di intelligenza artificiale, mi viene sempre in mente il film Matrix. Ho davanti agli occhi la scena in cui Neo si sveglia in una sorta di utero artificiale immerso in un liquido amniotico. Si accorge inorridito di avere una serie di cavi attaccati al corpo, al cervello e un ultimo infilato in bocca. Le macchine si sono ribellate. Ora dominano il mondo e hanno ridotto gli esseri umani a mere batterie.
Ecco, a leggere alcuni articoli apocalittici sull’intelligenza artificiale, mi immagino che finiremo presto così, dannati in eterno dalla nostra stessa creazione.
L’intelligenza artificiale non è buona o cattiva di per sé, ma è il suo impiego a farne la differenza. Credo possa essere una preziosa alleata nella riscrittura di testi affiancata al contributo umano necessario a correggere e revisionare. Solo la sensibilità umana aiuta ad affinare, a verificare l’esattezza e completezza dei dati riportati e a scegliere le parole più adatte in una determinata situazione.
È ancora lontano il futuro distopico narrato in alcuni film di fantascienza oppure siamo già dentro Matrix?

